Piccoli squaletti crescono – lucrare sulle crisi valutarie

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Cari adepti oggi faremo una bella lezione su un tipo di speculazione molto interessante, incentrata su fenomeni ben noti e studiati come  quelli accaduti in Turchia.

Certo le teorie fiscali e i lazy porfolio sono passatempi bellissimi, ma l’adrenalina che scatena una bella speculazione finanziaria, oltre ai cospicui gain se si agisce in maniera corretta, non fa mai male. Evitare ovviamente di mettersi a giocare a rosso e nero, mettete sempre percentuali tollerabili di portafoglio su queste tradate al cardiopalma. Generalmente si consiglia di non superare un 5-10% del capitale investito sulla singola scommessa.

Veniamo dunque a una tipica speculazione, anche se in realtà non c’è nessun “speculus” (ossia aspettativa basata solo sui numeri) bensì un’attenta analisi dei fondamentali dell’economia internazionale: le crisi valutarie dei paesi emergenti (che coinvolgono anche i paesi dell’Euro cosiddetti “periferici”).

Iniziamo col dire cosa si intende per paese emergente: in questo caso si intende un paese che ha finanziato (settore pubblico o privato poco importa) il proprio debito in valuta estera. Perché questo? Generalmente si tratta di paesi relativamente poveri che non dispongono di una base di risparmio privato interno per avviare ingenti investimenti di cui necessitano, ma visto che hanno prospettive di crescita decisamente superiori a quelli sviluppati (dell’ordine del 5-6% contro 2-3%) hanno gioco facile nell’attirare investitori in cerca di rendimenti. C’è da dire che dagli anni 2000 in poi tali paesi hanno sensibilmente migliorato il loro tenore economico e la dipendenza dal capitale estero è diminuita a livelli maggiormente tollerabili.

Per propria natura l’investitore esterno preferisce “lavorare” su valute cosiddette forti, ossia stabili e con una comprovata scambiabilità internazionale: parliamo come saprete di dollari, euro, yen o sterline principalmente.

Il problema sorge se il paese indebitato “eccede” con il tasso di indebitamento, che surriscalda l’economia e soprattutto genera un eccesso di denaro in circolo, non più supportato da un trend di crescita adeguato. Questo meccanismo genera inevitabilmente inflazione e una minore competitività del paese (perché i beni interni costano di più) e una certa discesa della valuta nazionale.

Quindi abbiamo SEMPRE al nascere della crisi:

  • deficit delle partite correnti (importazioni > esportazioni) molto ampio, dell’ordine del 5-8% del PIL
  • un’inflazione eccessiva.

Abbastanza semplice quindi individuare se la situazione è messa malamente.

Ora basta qualche piccolo “incidente” sempre ESOGENO per scatenare un effetto valanga: di solito l’aumento dei tassi della FED americana oppure un crollo della materia prima di cui il paese è dipendente (se è esportatore di materie prime).

Rapidamente avremo: crollo del cambio della moneta -> fuga di capitali esteri -> ulteriore calo -> ulteriore inflazione -> in un circolo vizioso che si avvita.

L’unico modo di uscire da questo circolo è azzerare il deficit suddetto. Questo può essere ottenuto:

  • Se c’è rialzo del prezzo delle materie prime esportate;
  • Rialzando bruscamente il costo del denaro;
  • Scoraggiando le importazioni (tasse o freni su investimenti e consumi);
  • Con un taglio alla spesa pubblica (che genera domanda interna) e fermando eventuali monetizzazioni del deficit;
  • Mediante l’intervento del FMI che prescriverà cure draconiane tra cui 2-3-4.

C’è da dire che in un regime di cambi variabili come oggi imperante l’aggiustamento è abbastanza naturale se si persegue una politica economica detta “di buona governance”. Certo despoti, tiranni assortiti e populisti di ogni continente sono molto poco propensi a seguire questi semplici comportamenti vista il loro analfabetismo economico e preferiranno strepitare di complotti della finanza internazionale (visto che tutte queste misure frenano nel breve periodo e anche di molto l’economia e sono molto impopolari). In realtà come abbiamo visto si tratta di meccanismi assolutamente prevedibili e casuali.

In ogni caso tutte le crisi seguono le stesse dinamiche: Messico e Brasile anni ’80, crisi asiatica del 1997, crisi russa del 1998 e del 2015, crisi argentina del 2001 e 2018, fino ad arrivare alla Turchia di oggi.

Ma come capire quando entrare? Ecco arrivare la profezia dell’oracolo: generalmente quando i bond  iniziano a rendere l’8-10% ci siamo. Potrebbero arrivare ancora più giù ma un bond in dollari con questo rendimento è un ottimo acquisto. Ovviamente faremo le nostre considerazioni: se l’economia non è disastrata, il paese è grande e abbastanza importante, non c’è da preoccuparsi più di tanto: solo l’Argentina non ha rimborsato i suoi crediti esteri di tutti questi stati in crisi, con conseguenze estremamente nefaste. Inoltre in quel caso ci fu l’errore di mantenere un cambio fisso per un periodo di tempo veramente eccessivo che uccise l’economia. Molto più complicato tradare bond in valuta locale o azioni (es puntando sull’indice turco TURKEY TITANS 20) anche se con gain potenziali ancora superiori. Capire in questo caso la fine della crisi o comunque del panico richiede grande attenzione e scaltrezza.

Per il resto potete approfittare del cambio vantaggioso per farvi un viaggetto e verificare di persona lo stato più o meno comatoso dell’economia locale, oltre a favorirne voi stessi la ripresa.

Nel caso turco, la floridezza economica è abbastanza accertata, le prospettive ottime (+7% nel 2017 di crescita PIL) ma la gestione economica ha lasciato a desiderare negli ultimi due anni. Le previsioni non sono così negative e nessuno parla di default, fermo restando un buon rendimento dei bond in dollari.

Avanti squaletti!

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